Misticismo, ritualità, sacrificio, noci di cocco e piume di pavone in occasione di una delle festività più intense del sud asiatico.

l Thaipusam è una celebrazione indù osservata dagli indiani in particolar modo di etnia Tamil, quindi originaria dallo stato indiano del Tamil Nadu, ma seguita anche in tutti quei paesi dove la comunità Tamil è presente. in particolar modo, nel Sud Est Asiatico, in paesi come la Malesia o Singapore, dove la presenza indiana, dall’epoca antica, si è riaffermata in tempi più recenti con la presenza coloniale inglese nell’area.

Origini

La festività è collegata all’osservanza del culto del dio indù Murugan, divinità guerriera, che ricevette dalla dea Parvati una “lancia” (con cui viene normalmente raffigurato) per sconfiggere il demone Soorapadman, secondo la mitologia vedica che descrive battaglie tra Asuras e i Devas, forze del male e del bene. Il Thaipusam è la festa che celebra questo episodio e coincide con lo zenith della stella Pusam nel mese di Thai, secondo il calendario lunare indiano – il che fa ricadere la festività tra il nostro gennaio o febbraio.

La vicenda mitologica ha ispirato la tradizione religiosa indiana nel celebrare il sopravvento e la vittoria di Murugan sulle forze del male e la sua fedeltà a Shiva, suo creatore. Le celebrazioni tipiche del Sud Est Asiatico si esplicano proprio nel rendere omaggio alla divinità dimostrando la propria fedeltà e il proprio valore. Questa dimostrazione è molto più che simbolica, ma soprattutto fisica, in quanto i fedeli più devoti si prestano a un lungo e faticoso rituale, preceduto da una ancora più lunga preparazione spirituale, del corpo e della mente. Dopo aver osservato settimane di preghiere, digiuni e una dieta vegetariana nei 48 giorni che precedono il giorno sacro, i devoti si radono il capo il giorno delle celebrazioni e compiono un pellegrinaggio verso un tempio o un luogo sacro al dio della guerra Murugan a cui richiederanno dei favori in cambio dei loro sforzi nel rituale, che si estende fino a 48 ore. Nel corso di questo, i devoti si caricano sulla testa o sulle spalle delle grandi “icone votive” chiamate kavadi, raffiguranti la divinità, simbologia indù o scene della mitologia vedica a queste riconnesse. Le donne e i bambini di solito portano sul capo dei pesanti otri o recipienti pieni di latte, che verseranno in omaggio al dio giunti a destinazione al tempio. Nel Sud Est Asiatico, specialmente in Malesia, la celebrazione si spinge oltre il fardello fisico, in quanto vengono praticati numerosi piercing rituali, che trafiggono la pelle, tra le guance, sulla pelle della schiena, sulla lingua o sulle labbra (sulla lingua o sulle guance tipicamente viene fatto passare uno spiedino metallico che riproduce la forma del vel, la lancia donata da Parvati a Murugan). Molti dei kavadi, oltre a essere sostenuti dalle spalle con un’imbracatura, spesso hanno parti o ganci che trafiggono la pelle. Alcuni anziché portare sulle spalle un kavadi, agganciano alla propria schiena delle catene legate a un piccolo carro, di solito anch’esso recante effigi sacre o statue. Questi componenti rendono lo spettacolo particolarmente cruento per chi non ne capisce il significato allegorico e religioso (benché, va detto, di solito non viene versato del sangue e i piercing rituali non sono sanguinolenti, anche se possono impressionare la vista). Questo aspetto è ulteriormente amplificato dalla caduta in trance di numerosi partecipanti. Infatti, le complesse ritualità e la partecipazione di migliaia di persone a quello che è una delle celebrazioni più importanti della cultura indiana meridionale rendono questo festival religioso particolarmente frenetico. I canti, i balli, la musica martellante rituale e gli effluvi degli incensi, combinati con il caldo tropicale e il dolore fisico fanno spesso cadere in trance i pellegrini, causandogli visioni e spasmi.

ll motivo di tanto sforzo e tormento è da ricercare nella volontà di purificazione spirituale dei devoti, che si riflette anche su un piano fisico; per gli occidentali può risultare poco comprensibile, ma lo diventa se pensiamo alla componente immanente e non trascendentale delle religioni darmiche. I devoti vivono per davvero, attraverso lo sforzo fisico, la preparazione spiritiuale e la frenesia rituale, un’esperienza mistica e ritengono in questo modo di entrare in contatto con la divinità alla quale, in cambio della loro devozione e dimostrata fedeltà, chiederanno un favore – di solito guarire un parente malato, avere successo nel lavoro, nella vita, risolvere un problema grave famigliare o di carriera, e così via.

Malesia

La Malesia ospita, soprattutto nella sua parte peninsulare, la più grande comunità indiana Tamil del Sud Est Asiatico dopo l’India e il Thapusam è festa pubblica nazionale, seguita soprattutto nei centri dove gli indiani sono più numerosi, in particolare nella Penisola.

Batu Caves Murugan Temple in Malaysia

Kuala Lumpur, dall’inizio del secolo scorso, è gradualmente divenuta il luogo di pellegrinaggio di tutti i fedeli tamil – non solo malesiani – che intendano partecipare al Thaipusam. Infatti, alle porte della capitale della Malesia, sono ubicate una serie di grotte – chiamate Batu Caves – che rappresentano il complesso sacro religioso dedicato a Lord Murugan più grande del mondo. Il Thaipusam alle Batu Caves attira ogni anno fedeli non solo dalla Malesia, ma induisti da tutto il mondo, che giungono da lontano come dall’Australia, dall’India stessa o persino dal Regno Unito o dagli Stati Uniti.

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Il pellegrinaggio alle Batu Caves inizia alle prime ore del mattino del primo giorno del Thaipusam dal Tempio Mahamariamman collocato nel centro storico di Kuala Lumpur (non molto distante da Brickfields, lo storico quartiere indiano), dove i fedeli iniziano una lunga marcia a piedi verso le caverne situate in direzione Sentul. La processione può durare anche più di otto ore e nel corso della percorrenza i devoti, accompagnati dai loro famigliari che li assistono, portano già con sé i loro fardelli rituali (del peso compreso tra i 30 e gli 80kg e con un’altezza che può raggiungere i 2 metri). La loro destinazione di solito è la sommità della caverna principale alle Batu Caves, che ospitano al loro interno numerosi templi. Per raggiungere la sommità occorre percorrere 272 scalini ripidi, dalla base all’ingresso principale delle caverne. Giunti a destinazione, i kavadi e gli altri fardelli saranno rimossi, nel corso delle ultime preghiere, assistiti dai familiari e dai sacerdoti.

George Town

La capitale dello stato di Penang della Malesia, George Town, ospita la più antica comunità indiana della Malesia. Qui i primi inglesi giunsero e stanziarono la loro prima colonia, portando con sé numerosi indiani dall’India che vi lavorarono nelle piantagioni e nella costruzione di edifici. Un intero quartiere di George Town è conosciuto come Little India. Anche qui il Thaipusam è una celebrazione fortamente sentita. Molti abitanti di George Town preferiscono recarsi a Kuala Lumpur per compiere il loro pellegrinaggio alle Batu Caves, ma altrettanti rimangono nell’isola per compiere qui i loro rituali (in modo simile avviene comunque nel Pahang, nel Perak o in Johor e negli altri stati dove la presenza indiana è minore). I festeggiamenti e la processione si esplicano soprattutto nelle strade del centro storico e nel quartiere indiano; la recente realizzazione di un tempio induista, lo Arulmigu Sri Balathandayuthapani, vicino al giardino botanico di Penang ha offerto infine un luogo di destinazione al pellegrinaggio in tempi più recenti. Come a Kuala Lumpur, nel corso della cerimonia vengono rotti per terra numerose noci di cocco, un segno di buon augurio.

Singapore

tempio

Dopo la Malesia, è il piccolo Stato di Singapore ad ospitare una grande comunità indiana nel Sud Est Asiatico. Anche qui, come la Malesia, molti hanno le loro origini ancestrali e culturali nel Tamil Nadu ed osservano le tradizioni religiose legate a Murugan. Le processioni hanno origine, la sera prima del giorno fatidico al tempio Sri Layan Sithi Vinayagar (l’evento è a sé ed è conosciuto a Singapore come Chetty Pusam). Il giorno seguente i pellegrini si raduano al tempio Sri Srinivasa Parumal. A differenza della Malesia forse si vedono meno kavadi e meno piercing rituali, ma sono probabilmente presenti anche più non-indiani che prendono parte alla funzione, principamente cinesi buddhisti o “cindiani”. Il pellegrinaggio si estende in direzione di Tank Road, culminando al Tempio Sri Thendayuthapani.

http://www.nellaterradisandokan.com

In viaggio con la musica su un tappeto volante

Se la musica ti fa volare e ti proietta in un viaggio virtuale, questo musicista tedesco, Stefan Aaron ha deciso di volare insieme ad essa suonando il pianoforte sospeso su una piattaforma aerea a centanaia di metri di altezza ed organizzando un vero e proprio tour di concerti “Orange piano tour” che si svolgerà totalmente in aria.

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Il suo tour si tiene rigorsamente in luoghi “eccezionali”; prima di quest’ultima tappa (nei dintorni di Monaco di Baviera), infatti il musicista tedesco col suo pianoforte arancione, si era già esibito sulla vetta dell’Alphubel (oltre 4 mila metri, Svizzera), sulla Grande Muraglia cinese e nello scenario mozzafiato di una falesia norvegese (Preikestolen) alta più di 600 metri.

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Uno dei suoi pezzi cavallo di battaglia si intitola “Doing the undoible”, che si potrebbe tradurre “realizzare l’irrealizzabile”…probabilmente mentre lo componeva, già pensava all’impresa eccezionale!
…chissà quale sarà la sua prossima sbalorditiva tappa!

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#MARTHA’S VINEYARD: Raffinata Eleganza Marina

Martha’s Vineyard è la più grande isola del New England. Con i suoi panorami spettacolari, la sua storia, le spiagge ed i suoi villaggi tipici, è un vero paradiso di raffinata eleganza, dove non esistono ristoranti appartenenti a catene o classici motel americani….al contrario si trovano piccoli B&B, accoglienti country inn, ristorantini e locali gestiti da chef.

Amata da politici ed intellettuali, qui anche  l’icona dell’eleganza mondiale, Jacqueline Kennedy, volle una casa nello stile del luogo: discreto, colto, silenzioso.

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Isola delle dimensioni pressapoco dell’isola d’Elba, sorge di fronte alle coste del Massachusetts, non lontano dall’incantevole Cape Cod, a sud di Boston ed è lontanissima dall’essere una meta di massa, piuttosto un luogo dove godersi la tranquillità e la natura. Ci si alza tardi e poi si gira. L’ideale è la bicicletta ma va bene anche il bus, che qui si tinge di rosa, acquamarina o bianco: sull’isola l’auto va dimenticata.

Martha’s Vineyard è nota anche per essere stato il set del celebre film di Steven Spielberg, Lo Squalo (1975), con il nome di Isola di Amity.

Ma oltre alla sua storia, Martha’s Vineyard, che prende il nome dalla figlia di colui che la scoprì, resta impressa nella memoria per i panorami spettacolari e il paesaggio elegante, l’atmosfera dei locali, le spiagge e i gustosi pranzi a base di pesce ed aragoste a prezzi davvero accessibili.

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Sei sono le piccole comunità di Martha’s Vineyard : Aquinnah, dove si trova la migliore spiaggia a sud-ovest dell’isola, West Tisbury, la quintessenza del New England con il classico general store d’altri tempi, Menemsha con panorama incredibile sulle Elizabeth Islands, South Beach a Katama, il paradiso dei surfisti, Oak Bluffs con le Gingerbread Houses, deliziose e coloratissime casette in stile vittoriano, ed Edgartown, la più esclusiva.
Il glamour è molto raffinato nell’isola scelta come meta vacanziera da vip, attori e dallo stesso Presidente Obama.

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Meta del viaggio ideale: Canada

Ci sono delle mete di viaggio che, seppur belle, dopo averle visitate e dopo essere tornati a casa, non lasciano alcun segno dentro di noi. Altre mete invece hanno la speciale caratteristica di “far riflettere” chi le visita, e non solo per la specificità dei luoghi che sono in grado di mettergli di fronte ma anche per la capacità di avviare in chi ha vissuto da quelle parti una profonda messa in discussione del proprio stile di vita.

Uno di questi posti è il Canada. Per molti è e rimane un sogno remoto, per altri diventa una reale opportunità di conoscenza e di incontro di una nuova realtà, magari per lavoro o magari più semplicemente per un viaggio di nozze.

In entrambi i casi per la visita a questo Paese bisogna mettere in conto un numero minimo di giorni non inferiore a 10, nonché un budget importante per i voli aerei che andremo a prendere lungo il nostro percorso ed infine anche una assicurazione sanitaria per il Canada, ad esempio in questa pagina, visto che lì non esiste la sanità pubblica.

Gli itinerari possibili sono più svariati. Si può essere così “sfrontati” da sfidare le strade del Canada in un coast to coast, o muoversi attraverso le città principali come Toronto, Calgary, Montreal ed Ottawa, oppure addentrarsi in uno delle centinaia di parchi naturali e nazionali che caratterizzano questa straordinaria nazione, come il Nahanni con i suoi spettacolari Canyon, il Jasper famoso per i suoi giochi d’acqua che creano numerosi torrenti e cascate, o il Gwaii Haanas, dove fanno tappa fissa i reporter della National Geografic.

Come anticipato, in tutto questo muoversi attraverso i luoghi e le bellezze del Canada, maturerà nel visitatore una consapevolezza di come, nonostante la natura selvaggia, l’uomo moderno abbia saputo crearsi da queste parti delle straordinarie opportunità che danno vita ad una Nazione multiculturale, accogliente, serena e dove anche l’economia va alla grande. E’ infatti del 2013 l’ultima offerta di oltre 150 mila nuovi posti di lavoro per cittadini di tutto il mondo.

di Giacomo Rossini

Diritti foto: pubblico dominio

George Steinmetz – Il fotografo volante

In fotografia l’angolazione giusta dalla quale scattare una foto è una caratteristica essenziale per immortalare un istante “irripetibile”. E’ il caso del fotografo George Steinmetz, che ha fatto una scelta molto drastica in questo senso, creandosi un vero e proprio stile fotografico personale con inquadrature dall’alto rese possibili sorvolando i territori con il suo parapendio.

Cominciamo a volare…

Citato da Wikipedia George Steinmetz è noto per i suoi reportage scientifici ed esplorativi, Steinmetz utilizza l’obiettivo per gettare luce sui pochi segreti rimasti nel mondo moderno: deserti inaccessibili, culture sconosciute e nuovi traguardi della scienza e della tecnologia.

Collaboratore abituale di National Geographic, ha lavorato su soggetti che vanno dall’esplorazione petrolifera agli ultimi traguardi della robotica. Ha realizzato più di 20 servizi per la rivista.

La sua Africa…AFRICAN AIR

Le sue fotografie vengono regolarmente pubblicate su varie testate internazionali e lavora anche come fotografo commerciale e pubblicitario. Durante la sua lunga carriera ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui i due primi premi World Press Photo.

Alla domanda del perchè scegliere un parapandio come veicolo dal quale fotografare risponde:

“Hai una visibilità di 180 gradi in orizzontale e in verticale e vai a circa 40-45 chilometri l’ora. Non hai bisogno di un parabrezza di plexiglass che ti protegga. È come se stessi volando seduto sulla punta di un cucchiaio. Per scattare foto, è una bomba”.

L’isola che si chiama Desiderio.

“Tetiaroa è bella oltre la mia capacità di descrivere. Si potrebbe dire che Tetiaroa è la tintura dei mari del sud.” 
- Marlon Brando.

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L’atollo polinesiano di Tetiaroa, a nord di Tahiti, ha un posto speciale nella storia e nella cultura polinesiana: luogo sacro, rituale, e tapu (taboo) dove gli dei e gli antenati si diceva fossero scesi sulla terra per visitare il marae (templi). Rifugio esclusivo e privilegiato dei Tahitiani liberi, per secoli, fu anche il preferito dai principi di Tahiti. Un luogo di straordinaria bellezza, tranquillità e ringiovanimento nonchè di rara biodiversità e santuario naturale per gli uccelli e vita marina. Furono le stelle a guidare per millenni gli esploratori nella Polinesia Francese.

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I primi arrivarono dal Sud-Est asiatico 4.000 anni fa, in canoe. Molto più tardi seguirono gli europei, il più famoso, il capitano Cook, per primo arrivo’ nel 1769. Il suo secondo, il capitano Bligh, tornò anni dopo ma fu rovesciato dall’ equipaggio, come racconta”Gli ammutinati del Bounty”.

Il desiderio…

Fu proprio durante le riprese del film “Gli ammutinati del Bounty” che Marlo Brando vide la prima volta Tetiaroa e fu subito colpito dall’isola paradisiaca, che scelse come suo santaurio personale. Nel 1967 la acquisto’ e vi si stabilì definitivamente con la moglie Tarita, polinesiana ed i loro figli.

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Brando aveva una visione ed un desiderio: preservare la bellezza naturale di Tetiaroa, la sorprendente biodiversità e la ricchezza culturale, ma anche aiutarle a fiorire. Aveva grandi progetti per Tetiaroa come modello di sostenibilità in cui far partire nuove le idee. Aveva anche costruito e gestiva il piccolo albergo Tetiaroa Village, con una piccola Stazione di ricerca marina che pero’ non fu mai usata come sperava. Nel 1999 chiese a Richard Bailey di aiutarlo a concepire un piano per realizzare il suo sogno di creare innanzitutto un resort carbon-neutral con tecnologie innovative per un ambiente di lusso autosufficiente e per la ricerca scientifica, impiegando i residenti a tempo pieno.

… la realizzazione…

L’eredità di quel partenariato è The Brando, il nuovo eco-resort di lusso all-inclusive che aprirà a luglio 2014 sulla bellezza mozzafiato dell’atollo privato raggiungibile solo dal piccolo aereo della struttura. Unico nel concetto e nella portata, che unisce purezza ambientale, lusso e fascino polinesiano in un’esperienza eccezionale, The Brando è il progetto portato avanti dai suoi figli per realizzare il suo desiderio: un piccolo albergo ecologico preservando la straordinaria natura del luogo, che possa anche diventare un vero e proprio “laboratorio” di energia rinnovabile completamente carbon-neutral. Il progetto prevede inoltre l’investimento nella ricerca marina e un’area di allevamento per un centinaio di tartarughe in pericolo.

The Brando riflette la cultura polinesiana, lo stile di vita e le sue tradizioni. Le 35 ville appartate, con piscina e spiaggia privata di sabbia bianca frequentate da tartarughe marine e uccelli esotici, sono arredate in modo accogliente, con uno spazio per mangiare all’aperto (servizio in camera disponibile 24 ore al giorno, per gustare un pasto ogni volta che si vuole). Graziosi giardini ed ampie finestre per godere il sole, i panorami e la brezza della laguna e sentirsi sempre vicino alla natura senza rinunciare al comfort. Con la soddisfazione di sapere che tutto è progettato con fonti energetiche pulite e rinnovabili. La cucina è affidata a Guy Martin del rinomato ristorante Le Grand Véfour di Parigi: ogni giorno a base di frutta e verdura biologici (del resort) e pesci e crostacei dalle acque polinesiane. Il ristorante sul mare offre un menù vario di ispirazione polinesiana accanto a una cucina classica francese. Il Fine Dining Restaurant, intimo ed elegante, è circondato da un fossato che da la sensazione di galleggiare su una laguna ed il menu si ispira al Le Grand Véfour. Al Laguna-View Bar ci si siede a livello degli alberi, mentre al Bar di Bob sulla spiaggia, si fa amicizia: prende il nome dall’assistente di Brando sui set, in ricordo proprio delle loro lunghe chiacchierate. 
Sulle rive di un laghetto rilassante nel Motu Onetahi, la Varua Polynesian Spa è un paradiso naturale di serenità dove provare i migliori trattamenti olistici ispirati da antiche tradizioni polinesiane accoppiati con tecniche moderne. Il centro benessere include bagni di vapore, sala relax, rifugio yoga e una suite spa per le coppie. Una grande varietà di attività al The Brando: vela, pagaia, kayak e kite surf o paddleboard bird watching ed escursioni lungo le spiagge o in bicicletta. Tahuna Iti, è un’isola di uccelli, fra cui pappagalli, ma la maggior parte marini, tra cui il Noddy e la grande fregata. Ogni sera attraversano il mare per dormire nella fitta vegetazione, che comprende piante autoctone molto rare. Immersioni e snorkeling regalano incontri con giardini di corallo, tartarughe marine, mante, squali di barriera e un emozionante caleidoscopio di pesci tropicali. Alla Biblioteca si possono leggere libri sulla Polinesia francese, partecipare a lezioni e dimostrazioni sulla cultura polinesiana o ascoltare dai ricercatori la loro attività sull’atollo.

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The Brando è stato progettato per fondersi armoniosamente con l’ambiente creando il minimo impatto. I materiali da costruzione utilizzati sono di origine locale o certificata, rinnovabile, o che incorporano componenti riciclati. Uso di combustibili fossili ridotto al minimo, così come e il gas naturale limitato alla cottura. Un sistema di condizionamento d’avanguardia (SWAC) sfrutta il freddo delle profondità oceaniche per fornire a basso consumo energetico il raffrescamento ad alta efficienza degli edifici. L’energia solare, prodotta da pannelli installati lungo la pista di atterraggio, fornisce la metà del fabbisogno energetico del resort e l’acqua calda. Una centrale termoelettrica a biocarburante fornirà l’altra metà del fabbisogno energetico del resort, alimentata da olio di cocco, per sostenere l’economia locale. Batterie all’avanguardia realizzate con materiali altamente riciclabili garantiscono una gestione agevole e flessibile delle varie fonti di energia rinnovabile. Tecniche innovative, visibili in prima persona, permettono di coltivare ortaggi e frutta su questa isola sabbia e corallo ed un innovativo sistema di gestione delle acque reflue per l’irrigazione garantirà acqua a bassa energia, oltre ad un recupero robusto dei rifiuti e un programma di compostaggio. Una stazione di ricerca scientifica sull’isola aiuterà a imparare di più sulla protezione degli atolli tropicali per preservarne la diversità animale e vegetale contro l’assalto della civiltà moderna, con l’obiettivo di diventare la prima al mondo con certificazione LEED Platinum. Per mantenere la fauna fiorente, l’aria pulita, e la laguna incontaminata è stato fissato un obiettivo per ridurre o eliminare le emissioni legati ai viaggi, mettendo a disposizione degli ospiti biciclette e veicoli alimentati dal sole. Seguiranno programmi per il trasporto tra le isole, e per i voli internazionali. L’EcoStation, la pietra miliare del progetto che Brando non potè completare, raccoglierà scienziati e ricercatori dal mondo non solo per preservare Tetiaroa, ma per aiutare le isole tropicali ovunque a trovare il proprio sviluppo sostenibile.

Tetiaroa puo’ toccare la coscienza della gente su quanto le isole tropicali siano preziose e fragili. E’ l’isola che si sogna come un bambino quando ha chiuso il libro dei racconti, con spiagge di sabbia bianca, palme da cocco, uccelli colorati e laguna scintillante. E’ un’isola che si chiama Desiderio.

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Maria Lucia Ceretto (Miles Magazine)

HOTEL LETTERARI IN GIRO PER IL MONDO

PER RIMANERE IN TEMA CON LA NOSTRA ATTUALE LOCATION AL “CAFFE’ LETTERARIO” VI PRESENTIAMO UNA SERIE DI HOTEL LETTERARI…BUONA LETTURA!

Partiamo con il Library Hotel a New York, un nome, un programma. Si trova in Madison Avenue e ognuno dei dieci piani dell’albergo onora il sistema di catalogazione bibliotecario ideato da Melvil Dewey nel 1876: abbiamo per esempio il piano dedicato alla letteratura, quello delle lingue, quello delle scienze sociali e anche uno dedicato alla religione.

Le 60 camere, poi, possiedono una raccolta di libri che fanno riferimento al tema del piano.

Se salite al secondo piano troverete anche una sala lettura aperta 24 ore su 24, con centinaia di tomi, mentre al 14esimo piano si trova un Writer’s Den dove sorseggiare un cocktail mentre si legge. E c’è anche un Poetry Garden sul tetto per ammirare il panorama d’estate.

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Ad Amsterdam le cose sono andate diversamente. L’anno scorso la biblioteca pubblica Andaz è stata letteralmente trasformata in un albergo a cinque stelle. Sito sul Prince’s Canal, può vantare gli interni realizzati dal designer olandese Marcel Wanders, tutti ispirati al mondo di Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll. Con tanto di oggetti e miniature a tema sparsi un po’ ovunque.

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Ci spostiamo a San Pietroburgo, dove si trova il Sonya Hotel, ubicato proprio sulle sponde del fiume Neva. L’albergo in questione trae ispirazione proprio dal libro Delitto e Castigo do Fedor Dostoevskij.

Pensate che in alcune stanze si trova la stampa della Madonna Sistina di Raffello, citata nel libro, mentre le suite hanno citazioni e frasi famose tratte dal romanzo stampate sui tappeti o sulle porte.

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A Parigi troviamo il Pavillon des Lettres, un vero e proprio hotel letterario. Ha a disposizione 26 camere, una per ogni lettera dell’alfabeto e che portano il nome di autori diversi, come Baudelaire, Goethe, Ibsen e Yeats.

Il tutto è molto raffinato e senza fronzoli, con tanto di citazioni di questi autori stampate sui muri. Nell’albergo non mancano poi comodità moderne, come l’iPad in stanza. Al piano terra preziosi libri rilegati rivestono le pareti degli spazi comuni.

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Passiamo ora al Taj Falaknuma Palace a Hyderabad. Un tempo sede dei Nizams, i governanti locali, dopo la Separazione dall’India del 1947, i Nizams sono stati estromessi e il palazzo è lentamente caduto in rovina. Alla fine venne ristrutturato sotto forma di Taj Hotel e dotato di parte della vasta collezione d’arte e di libri dei Nizams. Pensate che ad oggi al suo interno c’è addirittura una replica della biblioteca del Castello di Windsor, con ben 6000 volumi, fra cui tantissime prime edizioni.

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Terminiamo il nostro viaggio al Browns Hotel a Laugharne. Qui Dylan Thomas si rifugiava per bere. L’albergo in questione descrive se stesso come una sorta di “bar con camere” e mantiene un’atmosfera conviviale identica a quando di qui transitava Dylan Thomas per gustare un drink. Qui troverete 14 stanze, tutte ristrutturate di recente, ma che hanno saputo mantenere alcune caratteristiche dell’epoca, come gli arredi in stile retrò.

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